Portare i propri capitali all’estero conviene?

Ha davvero senso trasferire il proprio patrimonio all’estero dietro la spinta di timori più o meno motivati da una ridenominazione dell’euro?

fuga all’estero. Conviene?

Abbiamo appreso in questi giorni che a maggio sono usciti oltre 38 miliardi dall’Italia, ma le paure emotive che hanno determinato questa scelta potrebbero costare care a tanti risparmiatori. Certamente è un pessimo segnale per il Sistema Italia: diversamente dalle fughe di capitali del passato, oggi le paure sono soprattutto di natura politica e valutaria. Il Mostro si chiama “rischio di ridenominazione”, la cui esistenza è stata negata da Mario Draghi nella conferenza stampa del 14 giugno sulla fine del Quantitative Easing da parte della Bce.

Ma chi sta pensando di trasferire i propri risparmi oltreconfine dovrebbe pensarci molto bene: perché, se a livello sistemico il trasferimento all’estero può essere una modalità di protezione abbastanza efficace, non sembra altrettanto conveniente sotto l’aspetto fiscale e soprattutto dei costi. 

Ha davvero senso trasferire il proprio patrimonio all’estero dietro la spinta di timori più o meno motivati di una ridenominazione dell’euro? Quanto costa e, sotto il profilo fiscale, c’è davvero qualche convenienza? Sono queste le domande alle quali cerchiamo di offrire una risposta.

Fermo restando che probabilmente abbiamo già in mano senza saperlo la soluzione!

TRASPARENZA FISCALE

Per coloro che decidono in tutta trasparenza fiscale di orientare i patrimoni altrove (segnalandoli nel quadro RW della dichiarazione dei redditi e dunque pagando le tasse esatta-mente come le pagherebbero se i capitali fossero in Italia) gli ostacoli non sono pochi. A cominciare dalla barriera linguistica: non è infatti credibile che chi non abbia mai letto un prospetto informativo di qualche recente aumento di capitale di banche venete, marchigiane o toscane possa trovarsi a proprio agio con un contratto scritto in tedesco. E questo vale anche per le altre lingue.

E’ bene notare inoltre che il fisco italiano avrebbe comunque a disposizione tutti i nostri dati patrimoniali anche per l’applicazione di un eventuale imposta “patrimoniale”. Il fatto di averli all’estero non tutela comunque da un aggressione fiscale alla Amato per intendersi.

DOPPIE IMPOSIZIONI

Convenzioni e trattati per evitare doppie imposizioni fiscali funzionano ma chi investe in un altro Paese, almeno inizialmente, paga le imposte dovute su interessi e dividendi sia in Italia sia nel Paese di arrivo. Solo in un secondo momento il denaro versato al Paese terzo verrà recuperato con rimborso o credito d’imposta. Per fare un esempio: se apro un conto a Lugano e compro azioni della Nestlè pago sia il Fisco svizzero sia quello italiano. Solo dopo la quota svizzera mi verrà rimborsata.

COSTI E COMMISSIONI

Un tempo era difficile che una banca svizzera accettasse di aprire conti sotto i 500.000 euro: ora non è più così. Ma le commissioni di gestione sono mediamente più care di quelle italiane, pur con recenti ridimensionamenti. Soprattutto la tenuta dei conti è dispendiosa: in alcune banche si arriva tranquillamente a costi di tenuta conto di 500 euro all’anno a fronte di tassi attivi pari a zero. Care lo sono, proprio perché ante-pongono l’aspetto della sicurezza dell’investimento al suo rendimento.

VALUTE

Chi desidera puntare sulle valute, poi, magari acquistando franchi svizzeri, dollari o yen poi deve essere consapevole di addentrarsi in un terreno particolarmente pericoloso. Il surriscaldamento degli scenari internazionali in quest’ultimo decennio non gioca a favore di una stabilizzazione del mercato. Fermo restando che il mercato valutario è il più volatile ed erratico tra i mercati finanziari. Ci dicono le statistiche che, a differenza del rischio azionario, controbilanciato dalla crescita di lungo termine dei dati di bilancio delle aziende, le valute esprimono un rischio determinato da fattori politici, macroeconomici e dai movimenti di capitale tra i vari paesi. Globalmente un rischio nel breve termine sempre di difficile previsione!

CONTI IN BANCHE ESTERE

Chi teme di perdere i propri soldi per il collasso di una banca italiana deve essere consapevole che la norma sul “salvataggio interno” deriva da una direttiva europea, la BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive) numero 59 del 2014. Dunque il suo denaro non sarebbe meno a rischio se fosse depositato su conti di una banca olandese, tedesca o spagnola. Con l’aggravante linguistica di non essere in grado di percepire il pericolo in tempo.

NON È TUTTO ORO QUEL CHE LUCCICA

Chi scegliesse di acquistare oro fisico in lingotti non corre rischi perché i depositi restano di proprietà dei clienti anche in caso di bail-in. Tuttavia se si scegliesse di stoccarlo in una banca svizzera i costi per la custodia sarebbero elevatissimi. Attenzione poi, più che alla sede, va posta alle garanzie fornite all’acquisto. I lingotti comprati nei mercati regolamentati sono sottoposti ad una verifica (saggiatura) che ne certifica il peso, la raffinatura, il numero di serie e sono conservati in caveau accreditati: ogni spostamento viene registrato creando una «catena di integrità» che ne assicura il valore in caso di vendita, senza bisogno di costose valutazioni. Non parliamo invece di diamanti da investimento che tanto hanno fatto disperare i nostri investitori italiani, raggirati da pratiche commerciali al centro di recenti indagini penali.

CAPITALI CLANDESTINI

Accantonare soldi all’oscuro del Fisco sta diventando sempre più difficile. Lo scambio di informazioni tra gli Stati è ormai automatico. Anche le nazioni che per lungo tempo han-no prosperato sull’evasione fiscale, come la Svizzera, ora prevedono lo scambio delle informazioni con il Fisco italiano.

Chi varca il confine lo fa a suo rischio e pericolo! Esponendosi al rischio di possibili estorsioni da parte di operatori spregiudicati che, consci dell’inconfessabile provenienza dei capitali custoditi, possono farne scempio. Come le recenti cronache hanno raccontato.

 

CRIPTOVALUTE

L’incertezza sul tema è grande. Per il Fisco italiano sono assimilabili a valute estere, secondo molti esperti no.

Ma le autorità di controllo finanziarie ne sottolineano i rischi per i risparmiatori: dalle oscillazioni paurose sino alle frodi. Senza sapere bene con chi prendersela…

UNA SOLUZIONE SEMPLICE? IL RISPARMIO GESTITO

Quanto agli strumenti di investimento (fondi e sicav, oltre a polizze di vario tipo che li contengono) sono strumenti standardizzati in Europa, quindi non ha senso andarseli a cercare su mercati astrusi, normati in modo differente e con fori competenti distanti e regolati in modi sconosciuti. Poiché è prassi acquistare in Italia prodotti esteri domiciliati in Lussemburgo, Irlanda o Francia regolarmente autorizzati, è da notare che nei fatti gran parte dei prodotti utilizzati dai consulenti finanziari sono di diritto estero, e quindi garantiti dal rischio di ridenominazione.

Thank’s to “Affari di Famiglia”.

2 risposte a “Portare i propri capitali all’estero conviene?”

  1. Certamente i fondi domiciliati in Lussemburgo non rischiano una eventuale ridenominazione ma,al momento della vendita,come si viene rimborsati?E’ possibile far versare il ricavato della vendita su un conto estero,bypassando la banca italiana intermediaria?Grazie

    1. Il fondo può essere trasferito o liquidato su una diversa banca depositaria, anche non italiana. Lo stesso vale per le polizze basate in Lussemburgo, che offrono un livello di protezione ancora maggiore pur essendo fiscalmente “armonizzate”, quindi non comportando alcun rischio di errore o di accertamento successivo, e mantenendo semplicità d’uso (nessuna dichiarazione “a mano” nei quadri RW della dichiarazione dei redditi.

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